Vita reale e vita virtuale
Non ho la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, ma solo
espongo qualche mia riflessione su un argomento che è spesso
portato alla ribalta dall’impatto con gli eventi della
vita quotidiana, miei e di altri, vissuti o raccontati, e
del modo in cui tale argomento viene trattato.
Sento spesso affermare, soprattutto da chi è in procinto
di compiere qualche scelta significativa per la propria vita,
di essere consapevole che non saranno tutte “rose e fiori”;
ma questa affermazione teorica quando si manifesta nella sua
concretezza, trova spesso impreparati ad affrontare quella “spina” che
si presenta solitamente come quella che non ci si aspettava
proprio, mentre si era pronti ad affrontare tutte le altre
che invece non si incontrano.
Si tratta,penso, di un meccanismo che scatta in noi quando
ci imbattiamo in una realtà spiacevole; un meccanismo
che tende a trasferirci in un mondo virtuale, relegando fuori
dal confine della vita desiderata, quell’evento spiacevole
che fa parte del mondo reale. Conoscendo questo meccanismo è facile
sfruttarlo da parte di chi ha un qualche interesse per presentare
il mondo virtuale come quello da desiderare con tutte le proprie
forze, e quello reale da respingere fino ad ignorarlo.
La cosa inizialmente può funzionare e può offrire
una sensazione di benessere: il prezzo da pagare è comunque
alto; richiede uno sdoppiamento della propria personalità,
una parte per la quale impegno molte energie perché continui
a desiderare e ad abitare il mondo virtuale, un’altra
che cerco di far tacere il più possibile perché non
mi ricordi del mondo reale nel quale vivo.
Ma poi la vita reale si prende la sua rivincita e avviene nel
momento in cui la sofferenza non prevista e non più emarginabile
prende il sopravvento spingendo oltre il confine la vita virtuale
che ora appare come una menzogna esistenziale.
E ciò capita almeno nella parte conclusiva della propria
esistenza.
La risposta a questa impostazione, che oggi va per la maggiore, è quella
di “educare” ad accogliere le quotidiane fatiche
ritenendole parte integrante del proprio vivere, a cominciare
dai piccoli. La propria personalità deve rimanere una,
capace di vivere la realtà della vita che è un
insieme di gioie e di sofferenze e proprio per questo richiede
di sviluppare progressivamente e responsabilmente la capacità di
accogliere le une e le altre.
Fino ad accogliere l’ultima sofferenza, quella della
morte, che non è disgiunta dalla beatitudine alla
quale essa introduce.