CHIAMATI ALLA SANTITA'

 

«Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»

 


Vita reale e vita virtuale


Non ho la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, ma solo espongo qualche mia riflessione su un argomento che è spesso portato alla ribalta dall’impatto con gli eventi della vita quotidiana, miei e di altri, vissuti o raccontati, e del modo in cui tale argomento viene trattato.
Sento spesso affermare, soprattutto da chi è in procinto di compiere qualche scelta significativa per la propria vita, di essere consapevole che non saranno tutte “rose e fiori”; ma questa affermazione teorica quando si manifesta nella sua concretezza, trova spesso impreparati ad affrontare quella “spina” che si presenta solitamente come quella che non ci si aspettava proprio, mentre si era pronti ad affrontare tutte le altre che invece non si incontrano.

Si tratta,penso, di un meccanismo che scatta in noi quando ci imbattiamo in una realtà spiacevole; un meccanismo che tende a trasferirci in un mondo virtuale, relegando fuori dal confine della vita desiderata, quell’evento spiacevole che fa parte del mondo reale. Conoscendo questo meccanismo è facile sfruttarlo da parte di chi ha un qualche interesse per presentare il mondo virtuale come quello da desiderare con tutte le proprie forze, e quello reale da respingere fino ad ignorarlo.

La cosa inizialmente può funzionare e può offrire una sensazione di benessere: il prezzo da pagare è comunque alto; richiede uno sdoppiamento della propria personalità, una parte per la quale impegno molte energie perché continui a desiderare e ad abitare il mondo virtuale, un’altra che cerco di far tacere il più possibile perché non mi ricordi del mondo reale nel quale vivo.
Ma poi la vita reale si prende la sua rivincita e avviene nel momento in cui la sofferenza non prevista e non più emarginabile prende il sopravvento spingendo oltre il confine la vita virtuale che ora appare come una menzogna esistenziale.

E ciò capita almeno nella parte conclusiva della propria esistenza.
La risposta a questa impostazione, che oggi va per la maggiore, è quella di “educare” ad accogliere le quotidiane fatiche ritenendole parte integrante del proprio vivere, a cominciare dai piccoli. La propria personalità deve rimanere una, capace di vivere la realtà della vita che è un insieme di gioie e di sofferenze e proprio per questo richiede di sviluppare progressivamente e responsabilmente la capacità di accogliere le une e le altre.
Fino ad accogliere l’ultima sofferenza, quella della morte, che non è disgiunta dalla beatitudine alla quale essa introduce.

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